Marcello Bilancioni, 32 anni, originario di Riccione e collaboratore dell’Università di Porto, ha lavorato per sei mesi nella Repubblica democratica del Congo all’interno del Kokolopori Bonobo Research Project, promosso dall’Università di Harvard. Il suo incarico era quello di data manager, con il compito di organizzare e gestire le informazioni raccolte sul campo dai tracker congolesi che seguono quotidianamente i bonobo.
Bilancioni, che nel 2022 ha conseguito un master in biologia evoluzionistica all’Università di Bonn, si occupava anche della preparazione dell’equipaggiamento e della gestione delle attività necessarie al lavoro dei ricercatori. I dati raccolti nella foresta servono a sostenere gli studi scientifici e le iniziative per la salvaguardia della popolazione selvatica di questa specie di primate, simile allo scimpanzé e abituata alla presenza dell’uomo.
Le scoperte sui bonobo
Le ricerche condotte nell’area di Kokolopori hanno mostrato che i bonobo possono sviluppare rapporti di tolleranza e persino di cooperazione anche oltre i confini del proprio gruppo. Secondo Bilancioni, questo comportamento suggerisce che una capacità centrale nelle società umane possa avere radici evolutive precedenti alla comparsa della nostra specie.
Gli studi hanno inoltre evidenziato il ruolo delle femmine nella struttura sociale dei bonobo. Le femmine possono raggiungere posizioni di rilievo e una recente analisi ha indicato nella formazione di coalizioni tra loro un possibile meccanismo per acquisire e mantenere il potere all’interno del gruppo.
Sei mesi nella foresta
Il lavoro sul campo si svolgeva in condizioni impegnative. I tracker congolesi seguivano gli animali dalle 4 del mattino alle 17.30, raccogliendo dati in un ambiente caratterizzato da forte umidità, vegetazione fitta e difficoltà negli spostamenti. Per aprire il passaggio erano necessarie le cesoie, mentre in caso di segnale GPS debole si procedeva utilizzando la bussola.
L’esperienza ha messo alla prova anche la resistenza fisica e psicologica dei partecipanti. Bilancioni racconta di aver contratto la malaria per due volte e un’ulcera tropicale, oltre ad aver avuto a che fare con le chiques, pulci della sabbia che possono diventare parassiti, e con le formiche legionarie, responsabili di morsi particolarmente dolorosi. Vespe, moscerini e altri insetti rendevano difficili il riposo e le attività quotidiane.
Il clima umido complicava l’asciugatura di abiti e lenzuola e favoriva la formazione di muffa. Anche la permanenza prolungata nello stesso luogo, a stretto contatto con pochi colleghi e con poco tempo libero, contribuiva allo stress. Nonostante le difficoltà, Bilancioni descrive la capacità dei lavoratori congolesi di affrontare turni estenuanti e condizioni limite, spesso ritrovandosi la sera attorno al fuoco dopo una giornata nella foresta.
Il campo base si trovava in una zona povera e isolata. Secondo il ricercatore, alcuni piccoli furti riguardavano soprattutto oggetti di prima necessità, come quaderni e bottiglie per trasportare l’acqua, mentre la presenza costante dei tracker rappresentava anche un deterrente per i bracconieri. La programmazione del lavoro richiedeva flessibilità a causa delle assenze e delle difficoltà di comunicazione, che rendevano complessa l’organizzazione dei cambi.
Prima dell’esperienza in Congo, Bilancioni aveva partecipato a un progetto di campionamento faunistico ambientale in Arabia Saudita, occupandosi di roditori selvatici con un gruppo internazionale di ricercatori. A suo giudizio, tuttavia, il lavoro nella foresta equatoriale è stato più difficile, anche se nel deserto la sete e l’impossibilità di lavarsi per diversi giorni rappresentavano problemi costanti.